domenica 13 marzo 2011

Le radici del mare

La canoa avanza sull’acqua liscia della God’s Higway. Siamo stanchi, immersi in uno strano silenzio misto a riverenza. Ancora poche centinaia di metri e questo fiume, l’Underground River, ci lascerà scivolare verso il mare. Superata una curva, al fruscio delle pagaie sull’acqua, si aggiunge un lamento lontano, un rumore che si fa sempre più forte e avvolgente. Si riconosce la voce del mare, l’infrangersi delle onde, il suo urlare inconfondibile. Smettiamo di pagaiare, la canoa viene trasportata dalla corrente, un insieme di fiume e marea uscente. Poi finalmente all’improvviso la volta della galleria lascia spazio alle fronde degli alberi e a un cielo stellato mozzafiato.

La prua della barca si arena nella sabbia e approda nel piccolo porticciolo a poche decine di metri dalla foce. Scendiamo e, dopo ancora un attimo di esitazione, ci buttiamo in mare, scontrandoci con la schiuma delle onde, come quell’acqua che fin qui abbiamo voluto seguire, nel suo percorso sotterraneo attraverso l’imponente monte Saint Paul.

Ho sempre pensato che il percorso sotterraneo perfetto sia riuscire a seguire l’acqua nel suo ricongiungersi dal cielo alla terra e quindi all’oceano. Un qualcosa di magico che a Palawan è possibile assaporare in un modo che non avrei mai immaginato. Pochi giorni fa decidevamo di percorrere la traversata del sistema, da dove il fiume di Kabayugan diventa l’UNDERGROUND, fino al punto in cui esso ritorna alla luce e diventa semplicemente “Mare Cinese Meridionale”.

L’obbiettivo era quello di campionare le acque lungo tutto il percorso, per poi analizzarle e studiarle presso il laboratorio della Chelab. L’acqua infatti ci può dire molte cose su questo mondo sotterraneo. È infatti l’abbraccio tra le acque dolci che scendono dalla montagna e l’acqua marina spinta all’interno per chilometri dalle maree, che rendono questa grotta eccezionale, un luogo dove i confini si confondono amplificando ogni aspetto, da quello speleogenetico a quello biologico.

La traversata è un viaggio spettacolare attraverso gallerie ciclopiche, eleganti anse fluviali larghe decine di metri, spiagge sabbiose immense, castelli di concrezione imponenti. Si nuota lungo il fiume per centinaia di metri, increduli, attraversando ambienti difficili da descrivere. Una traversata oltretutto facile, dove è sufficiente seguire il fiume per trovare la strada, senza ostacoli particolari.

Dopo quattro chilometri dal gigantesco ingresso a monte del Daylight, si arriva al sifone del Rockpile. Qui si può decidere di abbandonare l’acqua per inoltrarsi nei saloni fossili superiori, attraversando, immersi nel buio, l’Italian’s Chamber, una delle sale più grandi del mondo, con i suoi trecento metri di lunghezza per cento di larghezza. Da qui si giunge alle immense Gallerie Balingsasayao, la Città delle Rondini, dove migliaia di Salangane rientrano al proprio nido nella notte, emettendo il loro verso caratteristico di ecolocazione.

E infine di nuovo ecco il fiume con i suoi 5 km di gallerie allagate, fino all’outflow, una pagaiata tranquilla attraverso ambienti unici. Dopo aver lasciato sulla sinistra l’affluente dell’Australian Inlet, si giunge ben presto alla zona dove si dipartono le Gypsum e le Mud Galleries, per poi trovarsi al di sotto dell’immenso salone della Chrocodile Chamber e poco dopo vedersi passare oltre la spiaggia di approdo alla galleria che porta alla Navigator’s Chamber, immensa sala da agorafobia. Infine, la God’s Higway, nome appropriato per una delle gallerie di grotta più belle del mondo, porta al salone della Cattedrale, dove un immenso “Guardiano” (una stalagmite di 15 metri d’altezza) avverte che ormai l’outflow è vicino. Ma poco prima di uscire ci si lascia ancora sulla destra le alte spaccature allagate che portano al Gaia Branch, luoghi che hanno ancora molte sorprese in serbo.

Passandoci, quel giorno della traversata, pensavo alle gallerie scoperte nei giorni precedenti in quel settore dagli altri compagni e che sarebbe stato bello andarci, dato che i prossimi due giorni rimanevano gli ultimi per molti componenti della spedizione.

Mercoledì 9 marzo GAIA BRANCH

Gianpaolo mi guarda incredulo dall’orlo di questa china di detrito che si affaccia su un nero insondabile, un salone gigantesco che ci lascia ancora più sgomenti. Jo finisce di scrivere sul quaderno di campagna l’ultimo tiro del rilievo. Oltre, l’ignoto. Dietro di noi 3,5 km di gallerie nuove, di cui 2 km esplorati solo nelle ultime ore, in questa ultima nostra punta che ha tanto l’aspetto di un regalo fattoci da una grotta benevola. Una signora che ci dice: “non avete ancora capito nulla… Io sono molto più di un fiume: sono torrenti, fiumi, mari, tutti succedutisi in un tempo che non potrete mai afferrare compiutamente. La mia complessità è oltre la vostra portata, ma in fondo sono buona, vi lascio sbirciare…”

Ci giriamo, pensiamo al ritorno, alle immense gallerie che abbiamo illuminato per la prima volta, alle foreste di eccentriche, le praterie di cristalli, che ci hanno riempito gli occhi con il loro scintillare. Un fiume antico… chissà quanto doveva essere impetuoso, e chissà dove sarà ora, perduto in altre gallerie, o forse semplicemente affondato nel mare.

Tutti questi mondi. Radici del Cielo come qualcuno aveva detto.

Ma anche Radici del Mare.

Francesco Sauro

(scritto durante il volo Doha-Roma il 12 marzo, al ritorno del primo gruppo della spedizione)

Altre foto e storie su www.laventa.it/blog



Il gruppo della traversata all'ingresso del Daylight.

La prateria di eccentriche nelle nuove gallerie del Gaia Branch.

Cielo, mare, terra.

lunedì 28 febbraio 2011

Verso oriente

Partenza. Dopo anni di viaggi verso ovest, eccomi a dirigere la mente verso est. Non più Sud America ma Asia. Un viaggio veloce, come una boccata di aria diversa prima di ritornare nei prossimi mesi a veleggiare verso i lidi latini dell’amato Messico e del turbolento Venezuela.

È ormai da parecchi mesi che non aggiorno questo blog. Non perché non ci fosse nulla da raccontare (solo il viaggio in Messico di novembre avrebbe meritato pagine e pagine), ma perché era difficile trovare il tempo, e l’ispirazione, dato che ero concentrato appieno su altri interminabili scritti che spero vedranno la luce entro la fine dell’anno. Ora ci aspettano però nuovi luoghi e quindi non posso lasciare questo mia scrivania dei pensieri senza neanche un foglio scarabocchiato in un veloce viaggio in treno.

Questi luoghi nuovi si trovano su un’isola dell’Oceano Pacifico, una lunga catena montuosa che emerge dal mare e che si chiama Palawan, nelle Filippine, meta di ormai numerose spedizioni del team La Venta e di svariati speleologi italiani negli anni ’80. Qui esiste una grotta eccezionale, il Saint Paul Underground River, un traforo idrogeologico che porta dalla giungla direttamente al mare, lasciando dietro di sé chilometri di gallerie, molte delle quali ancora inesplorate.

La spedizione La Venta 2011 è già iniziata una decina di giorni fa, mentre io insieme ai Prof. Jo De Waele e Paolo Forti, e altri tre amici raggiungeremo il resto del gruppo per una settimana con l’obbiettivo di portare a casa, non solo rilievi, ma anche qualche idea più precisa di come si è formato questo estuario sotterraneo.

Sicuramente un giorno lo dedicheremo a seguire interamente il percorso del fiume, un viaggio sotterrano di chilometri, entrando dal Daylight, l’ingresso superiore fino all’Outflow, il grande ingresso da cui il fiume si getta direttamente nel mare attraversando una spiaggia di sabbia bianchissima.

Abbiamo una miriade di strumenti di misurazione (una valigia di 10 kg), più un sacco di materiale per campionare. Sembra impossibile fare tutto quello che abbiamo in mente in soli sette giorni. Io spero anche di poter dedicare uno o due giorni a qualche “banale” esplorazione, perché ogni posto si gode maggiormente attraverso gli occhi della scoperta.

È da quasi 18 anni che i miei viaggi non se ne vanno verso oriente, da quando, bambino avevo volato per l’Australia. Per questo non sono interessato solo all’Underground (le grotte in fondo sono sempre della stessa materia, è il contesto che le rende così varie e diverse tra loro) ma più in generale a quello che può rappresentare del mondo orientale una piccola isola delle Filippine e i suoi abitanti. Sarà un assaggio per vedere qualcosa di diverso e programmare viaggi futuri.

Seguiteci anche sul blog La Venta, http://www.laventa.it/blog/

Francesco



L'Outflow, dalla spiaggia al mare buio.

lunedì 4 ottobre 2010

Cenote, un sogno alle porte di casa

«I piccoli sogni abitano dietro casa. I grandi viaggi finiranno quando non si avrà più il coraggio di sognarli.» M.R.

Ho gli occhi che bruciano del riflesso del sole sulla neve fresca, mentre un fastidioso nevischio trasportato da una leggera brezza continua a sferzarmi il viso. Dietro di me un serpentone di gente arranca faticosamente lungo una morena sovrastata da alte pareti su cui occhieggiano imbocchi di grotte inesplorate. Qualche escursionista passando lungo il sentiero guarda stranito i nostri zaini enormi, carichi di matasse di corda, tende, piccozze, chiodi da ghiaccio, caschetti speleo e altre diavolerie. Sembriamo una spedizione che si sta avviando a conquistare qualche montagna in chissà quale luogo sperduto del mondo. E invece no… siamo sulle montagne di casa, le Dolomiti, un luogo che non riusciamo mai a realizzare definitivamente quanto sia unico e magico, quanto poco o niente abbia da invidiare ad altre montagne, magari più alte, più grandi, ma mai più eleganti. Esplorare quassù è un grande privilegio. Le Dolomiti sono la frontiera della speleologia del futuro. Lo penso affacciandomi sulle altissime pareti di San Cassiano, a 3000 metri di altezza, osservando un tramonto che colora una distesa di montagne sconfinate: Civetta, Marmolada, Sella, Sassolungo, Odle… Quante pareti, quanta roccia, e chissà quanto ancora si nasconde là dentro di quel Regno di Fanes, quel luogo magico, che deve esistere, e noi lo sappiamo.

Siamo quassù, in cima alle Conturines, per esplorare uno degli abissi più in quota delle Alpi. Un ingresso grandioso, a 2930 metri, il Cenote, detto anche “Buco nell’Acqua”. Già… perché se voi cercaste questa grotta su una cartina scoprireste che un tempo questo ingresso enorme era un bel laghetto alpino dalle acque blu scuro, che se ci guardavi dentro sembrava non avessero fondo. Nel 1994, pare in seguito a un crollo della parete, il lago si è improvvisamente svuotato. Tolto il tappo, come da una gigantesca vasca da bagno. E si è aperto l’accesso a una grotta, scavata attraverso un grande ghiacciaio interno, un luogo freddo, sferzato da un vento sinistro, troppo affascinante e spaventoso per rimanere lì inesplorato.

Oggi siamo qui insieme agli amici del CSProteo di Vicenza, in particolare Matteo e Lina, compagni di altre esplorazioni, con cui condividiamo il modo di pensare, di essere, di concepire quella speleologia che va oltre le frontiere. Con loro anche Angelo e Gianpaolo. Gian in particolare è l’unico tra noi che è entrato nel Cenote cinque anni fa. Insieme con il compianto Paolo Verico, erano stati trasportati lassù da un elicottero della finanza, per poi scendere nel ghiaccio per oltre 100 metri fino ad affacciarsi su una voragine profondissima che non avevano potuto scendere per mancanza di materiali. Il vento freddo che congelava le tute e le attrezzature bagnate, insieme con il brutto male che si era portato via Paolo pochi mesi dopo, avevano poi smorzato gli entusiasmi esplorativi. Nessuno da allora è mai tornato laggiù.

Questa volta siamo un bel gruppo motivato, legato da una forte amicizia, deciso a tornare a casa con un bel risultato, anche per ricordare Verico e dare luce a quel grande pozzo che lui aveva scoperto cinque anni fa. Molte sono le incognite. Prima di tutto il meteo. Di questa stagione a tremila metri non si scherza, una bufera di neve può farti perdere la strada del ritorno, il freddo può fare il resto… Seconda, il ghiacciaio interno: cosa sarà successo in questi anni? Il passaggio sarà ancora aperto? Terza: il caldo e il sole. Sì perché anche una giornata troppo bella e calda rischia di sciogliere la neve e far precipitare nella grotta una cascata di acqua che il vento è capace di congelarti addosso, per farti finire come un succulento stoccafisso della bofrost. E poi tutto il resto.

Montato il campo all’ingresso, grazie anche a quattro di noi che si sono prestati come portatori e che ora ridiscendono a valle, la prima squadra si prepara ad entrare. Sono le 5 del pomeriggio e le nebbie che ci hanno accompagnato fin d’ora cominciano a diradarsi mostrandoci l’imbocco nella sua imponenza. Luca, Gian e Jean Pierre, dopo aver litigato con il trapano, che come sempre si rifiuta di andare nei momenti importanti, cominciano la discesa del ghiacciaio interno. Le cose sono abbastanza cambiate rispetto al 2005, la via nel ghiaccio si è spostata e bisogna seguire l’aria per trovare la strada giusta. I tre arrivano così a un fondo cieco, sembra che non ci sia speranza. Ma, come al solito, Jean ha l’intuizione giusta e con una breve risalita a piccozza e ramponi raggiunge una finestra che da accesso a un incredibile condotta di ghiaccio che porta su altri pozzi tra le pareti di roccia e il ghiacciaio. È sera ed entra una seconda squadra. Matteo, Lina e Angelo che hanno il compito di avanzare fino all’imbocco della voragine interna e tentare di scenderla. Io, Crispino e Doomenico aspettiamo ancora fuori fino a mezzanotte che esca nel frattempo la prima squadra. Quando entriamo scendendo veloci lungo le corde troviamo Lina alla disperata ricerca di un po’ di stillidio per riempire delle bottiglie. Ci avverte che la situazione là sotto non è delle più amene, tutti stanno soffrendo la sete. La grotta è in condizioni ottimali, asciutta, fredda, congelata. Ma secca. Soffriremo tutti moltissimo, perché quella poca acqua di scioglimento che beviamo è senza sali, quasi amara, e fa male. Ma non ce ne rendiamo conto e la pagheremo poi cara risalendo con nausea e conati di vomito.Quando arriviamo in cima al pozzone, Jean sta risalendo, mentre Matteo e Angelo sono sotto un centinaio di metri. So capire ormai solo sentendo il tono della voce di Jean che cosa c’è la sotto. Il pozzo deve essere davvero enorme e c’è molta incertezza sul fatto che le corde che abbiamo possano bastare. Dobbiamo recuperare una 30, l’ultima e scendere dagli altri, ma siamo scettici di poter toccare il fondo. Scendiamo veloci lungo una grandiosa lingua di ghiaccio mentre l’ambiente si apre sempre più sotto di noi perdendosi in un nero spaventoso. Con un pendolo si raggiunge la parete di roccia e ci si rende conto che il ghiacciaio è sospeso come un gigantesco trampolino che si affaccia nel vuoto. Altri cinquanta metri più in basso troviamo gli altri due appollaiati su un minuscolo terrazzino. Ci dicono che in totale abbiamo ancora 50-60 metri di corda, guardando giù si intravede il fondo, un ambiente gigantesco, nero nerissimo. Angelo, risale, mente Matteo rimane con me e Cristiano che sta scendendo. Dall’ultimo frazionamento lo vedo scendere e diventare sempre più piccolo. Giunta le corde e continua nel vuoto per almeno sessanta metri. Da sopra la visione è impressionante. Vedo un omino minuscolo sperduto in un ambiente gigantesco. Poi di colpo una bestemmia rimbomba tra le pareti del pozzo. Tre metri… mancano solo tre metri di corda al pavimento! Sembra una presa in giro. Siamo tutti concordi che non usciremo da qui se non avremo raggiunto il fondo di questo baratro. Così Matteo si sacrifica risalendo il pozzo per recuperare la corda del traverso che si trova in testa alla voragine. I suoi ramponi stridono contro la parete, mentre pezzi di ghiaccio continuano a cadermi addosso… uno mi colpisce il braccio… la cosa mi mette ansia, ma alla fine va tutto bene e Matteo fa ritorno con la corda necessaria.

Questa volta non è una bestemmia ma un urlo di soddisfazione che rimbomba nel pozzo quando Cris tocca il fondo. E anch’io continuo a urlare mentre scendo. Non ho mai esplorato un ambiente così impressionante. Ci troviamo nel salone tutti e tre per un autoscatto di rito e poi, stanchissimi, ci mettiamo a girare nell’ambiente, senza altre velleità esplorative. Il pavimento della sala è un enorme rock glacier. L’ambiente supera i 100-120 metri di lunghezza raggiunge i 60 metri nel punto più largo, 40 in quello più stretto. Il baratro ha quindi un volume di circa 900.000 meri cubi. Non sappiamo quanto sia profondo il ghiaccio, ma con ogni probabilità si tratta del più grande ghiacciaio interno esplorato delle Alpi. Addirittura sul fondo del salone si può osservare una sorta di cordone morenico, che ci dice che tutto quell’ammasso si muove, si modifica.

Siamo tutti e tre molto emozionati. Io e Teo siamo però anche molto stanchi. Sono le 5 di mattina, siamo a circa –280 di profondità, e sappiamo che da fuori difficilmente scenderà qualcuno ad aiutarci a disamare. Per fortuna che l’adrenalina ha rinvigorito Cris che risalirà disarmando tutto senza fare una piega, mentre noi ci avviamo con i sacchi verso l’esterno. Sopra il pozzone troviamo Lina, unica che ha avuto pietà di noi ed è scesa ad aiutarci. Penso che si sarebbe meritata anche lei la discesa del pozzone e mi spiace non potergli dire «vai, scendi a vedere che c’è là sotto…»

Tante volte pensiamo che per trovare cose che ci emozionino, per esplorare davvero sia necessario andare lontano geograficamente. Risalendo penso che “andare lontano” non sia questione di chilometri, di angoli opposti del mondo. Si può essere distanti da tutto anche nelle montagne di casa. Si possono scoprire cose mai immaginate anche qui. Penso di non essere mai andato così lontano come quei momenti passati nell’enorme buio del Cenote, nel cuore delle nostre montagne.

Al rifugio scorrono fiumi di birra, mentre qualcuno si accascia russando sul tavolo tra le risate degli altri, solo un po’ più lucidi. Anche se nessuno lo dice, sappiamo che tutti i brindisi vanno a Paolo Verico, al suo Baratro, che a lui dedichiamo, come è giusto che sia… perché le persone rimangono legate per sempre ai luoghi che illuminano. Anche e soprattutto qui, nel cuore delle Dolomiti.

Francesco Sauro

Hanno partecipato (in ordine sparso)

Matteo Burato, Lina Padovan, Angelo Roncolato, Gianpaolo Visonà, Martina Schiavinotto, Greta Guidi, Winder Alexander Gonzales, Federico Buia, Domenico Carletto, Luca Gandolfo, Jean Pierre (Marco) Zocca, Cristiano Zoppello, Francesco Sauro.

Sporgendosi dalle creste sulle vertiginose pareti di San Cassiano.

L'ingresso con le tre tende del campo avanzato.

L'inizio del ghiacciaio interno.

Cominciando la discesa nei primi 100 metri di ghiaccio.


Un pozzo interno tra roccia e ghiaccio.


La condotta scavata nel ghiacciaio dalla corrente d'aria.

L'imbocco del pozzo da 150 metri.

Il Baratro Paolo Verico, dal basso.

Autoscatto nel salone.

Tramonto dalle Conturines verso le Odle.

Il gruppone.

domenica 22 agosto 2010

Ora d'aria in Preta

Non si può restare chiusi in casa per troppo tempo. Eccovi due foto scattate durante una fulminea discesa del primo pozzo della Preta accompagnando per breve tratto gli esploratori che questa notte hanno individuato nuove vie nella Vecchia Signora... Chissà che non si apra una nuova stagione di scoperte... 










mercoledì 18 agosto 2010

Verso Cimia

Esplorare significa percorrere un territorio, imparare a conoscerlo passo dopo passo, capirne i capricci, le stranezze, il carattere... e infine sapersi far guidare da quell'istinto che non nasce da noi, ma dalla nostra unione con quell'ambiente, da una sorta di interazione energetica che fa in modo che già "sappiamo" ancora prima di voltare l'angolo e scoprire cosa ci sia oltre.

Conoscere le viscere di un massiccio carsico è un'operazione intellettuale che richiede anni di fatiche, di sogni, di smentite e di sorprese. E più quel labirinto diventa grande, più ci si ritrova persi e ci si rende conto che il vero obbiettivo non è trovarne l'uscita, ma costruire una geometria, una sorta di mandala gigantesco che sgorga dalla nostra mente e si materializza in un luogo. 
Quest'anno il labirinto ci ha portato verso Cimia. Questo posto, una specie di terrazzo sospeso sopra i versanti della Val Falcina, rappresenta per me ancora qualcosa di misterioso e ammaliante. Lontano da qualsiasi punto di appoggio, raggiungibile solo attraverso sentieri ripidissimi. Lontano da tutto. Ma così vicino a quell'idea del sistema che ci stiamo costruendo nella nostra testa da renderla reale.
È stata senz'altro la più bella avventura di questo campo estivo 2010. Decisi fino alla testardaggine a partire, in tre uomini e una quota rosa, più il Mauretto di ritorno da Isabella che non poteva esimersi di fermarsi a farci compagnia.
Poteva non esserci nulla, ma le vene del sistema erano ormai così scoperte che non poteva esimersi da rilassarsi un po' e lasciarci esplorare.
Ne è bastato uno di buco, uno dei sicuramente tanti pozzi che la mughera, sorta di selva dantesca della perdizione, custodisce tra i suoi tentacoli. Grotta bellissima che abbiamo la fortuna di scendere io e Jonny, mentre Mauretto e la Greta si cimentano in improbabili equilibrismi sul mugo alla ricerca di altre entrare all'epica frase di "Ok, ora andiamo!".
Subito non ci credevamo, ma il grande pozzo continuava a scendere con una candida lingua di neve e ghiaccio e ci inghiottiva in gallerie tracheali dai pavimenti ghiacciati. Avrà avuto il mal di gola la signora? E noi stavamo lì a fargli il solletico fumandoci una meravigliosa sigaretta nel cuore di una condotta freatica di 5 metri di diametro. È stata davvero una delle esplorazioni più entusiasmanti che io abbia fatto, sarà perché sembrava tutto così incredibile ma in fondo così lineare e ovvio considerando il resto del sistema che si diramava tentacolare sotto i nostri piedi. 

Ora non mi preoccupa quale sarà il futuro dell'Abisso Bluet, il suo passato è già scritto e a noi basta sognare abbastanza per ripercorrerlo fino a riperderci nuovamente nel labirinto a disegnare nuovi percorsi. E poi ci si è aperta la porta del Walalla quando quell'incredibile arcobaleno si è stagliato dalla Gusela al Pizzocco, dopo ore di canti assurdi ad aspettare sotto i faggi grondanti pioggia il ritorno del sereno...



Verso Cimia.

Mauro e il Chulasco.

Mauro e l'abitante del Chulasco

Cimia.


Abisso Bluet.

Bluet un po' fradici e con facce poco intelligenti... vedi Jonny. 

lunedì 2 agosto 2010

Eterni Piani Eterni

Scendo da solo lungo il Porzil, senza niente nello zaino, ho lasciato lassù tutto, ben cosciente che non è finita, che questo è solo un parziale e momentaneo ritorno alla realtà.
Sono mesi che questi Piani Eterni sono nella mia mente. Dopo il Venezuela, il Messico e tante altre avventure sembra incredibile come un luogo alle porte di casa possa diventare il proprio eldorado, la personale atlantide, il labirinto minoico tanto sognato.
Eppure, accarezzando le vene di questo specie di essere vivo che si muove sinuoso al di sotto di meravigliose montagne, ci si scopre sempre più pieni di interrogativi e ogni luogo si lega a un altro, attraverso nuove informazioni e indizi. Una specie di caccia al tesoro, un gioco ridicolo ma serissimo, che ti porta a non fermarti mai. Ogni galleria porta a un bivio e ogni diramazione a un altro bivio e così via sviluppandosi come una tela di ragno di cui potremo consoscere sempre e solo una minima porzione. Perché saremo sempre costretti a fare delle scelte ed è evidente che il senso totale di quell'universo sotterraneo rimarrà sempre incomprensibile per noi. Eterni Piani Eterni.



Lo specchio di Biancaneve, sifone al termine delle grandi gallerie dello Zio Tom. (foto F. Sauro)


Il Teatro, nel ventre di Moby Dick. (foto F. Sauro)


Sempre il Teatro. Alle spalle del fotografo iniza la forra del Pequod, esplorata la scorsa settimana fin sotto al Pian di Cimia. (foto F. Sauro)


Un giorno qualcuno entrerà da lì, sconfiggerà il minotauro e uscirà di qui? Fontanon della Stua. (Foto F. Sauro)


Porta di servizio? Bus del Caoron, Val Canzoi. (Foto R. Tanduo)