lunedì 26 ottobre 2015

Cenote, la condivisione di un sogno

Era il 2010, quella pazza e fulminea spedizione di due giorni all’Abisso del Cenote sulle Conturines. Eravamo riusciti a scendere quel baratro ed eravamo rimasti esterrefatti dalla bellezza di quella grotta nelle viscere del ghiaccio e delle rocce dolomitiche. Ma in tutta quella frenetica discesa eravamo riusciti a estrarne solo pochi ricordi sbiaditi, e un’unica fotografia, sgranata e mossa, ma che dava l’idea di quel mondo enorme che si nascondeva là sotto. E tanta voglia di tornarvi un giorno.

A distanza di cinque anni da allora finalmente ci siamo riusciti.

Che sarebbe stata dura è stato evidente già da subito, attraversando un passo Falzarego innevato e scorgendo la montagna avvinghiata da dense nuvole. Avremmo potuto rinunciare subito e tornare verso la pianura dopo esserci tristemente salutati. E invece non c’è stato verso di fermarci. Due giorni di attesa, una squadra bella e affiatata, tanta neve che cade e tutti gli occhi girati all’insù alla ricerca di un effimero raggio di sole.

Con due giorni di ritardo sulla tabella di marcia, sabato mattina finalmente ci svegliamo con una giornata stupenda. Sappiamo che è un azzardo: molti di noi potranno entrare in grotta solo per una notte, chiamati dal lavoro a tornare già domenica mattina. E lassù resteremo pochi con una tonnellata di materiale e tantissime cose da fare, senza neanche sapere se il tempo ci permetterà di scendere a valle.

Ma ora o chissà tra quanti anni! La grotta è aperta, mi sono affacciato sul suo buio profondo insieme a Daniela già quest’estate, e non sappiamo se e quando si riaprirà ancora. L’elicottero decolla senza badare alle nostre esitazioni, fiancheggiando le pareti del Piz Conturines e svelandoci con un balzo un paesaggio di neve che ha più dell’himalayano che del dolomitico. Oltre 70 cm di polvere bianca a metà ottobre, il primo manto dell’inverno. Saltiamo giù tra i turbini e ci abbracciamo felici in quell’immensità che sembra impossibile sia a così pochi chilometri da casa.

Siamo in ballo e adesso dobbiamo far filare tutto liscio, con queste condizioni non possiamo permetterci leggerezze. In meno di un’ora nella distesa innevata sorge un campo efficientissimo, tende per tutti, una tenda cucina, elettricità, un riparo per chi si deve cambiare per entrare in grotta e per chi sta arrivando da valle battendo la pista fino a quassù. Si solleva la nebbia ma la strada verso l’ingresso è già tracciata e con una prima squadra rimetto subito piede nella grotta e comincio la discesa. I pozzi sono più ampli di cinque anni fa, le condizioni perfette, è tutto freddo e immobile, pochissimi stillicidi, e un forte vento che soffia dalle profondità della montagna. Superiamo una serie di passaggi che ormai erano relegati nella memoria dei sogni: la chiocciola di ghiaccio iniziale, il tunnel del vento, il pozzo da 30, fino ad affacciarsi sul baratro con la sua inquietante lingua di ghiaccio sospesa. Per oggi è tutto, un’altra squadra entrerà questa notte per finire l’armo, tentare nuove esplorazioni e montare la pazza piattaforma da cui domani dovremo fare la scansione laser scanner del salone.

Fuori la notte è fredda, una nebbia di ghiaccio avvolge tutto, il tempo si sta guastando. Siamo ancora più preoccupati la mattina quando la maggior parte del gruppo, dopo aver completato la preparazione della grotta, ci saluta. Rimaniamo davvero pochi, e per fortuna Mauro rimane per assisterci al campo quando usciremo questa notte dopo la punta finale: dovremo scendere, fare il servizio fotografico, effettuare le scansioni e disarmare tutto. In sole 6 persone con un mostro di laser scanner, valigie, attrezzature fotografiche, trapano, cavalletti, moltissimo materiale attaccato all’imbragatura che ci tira giù verso l’abisso, come se un mostro avesse afferrato dal buio il nostro portasacchi.
Facciamo tutto quello che possiamo fino allo sfinimento. Robbie e Alessio scattano in continuazione, bulbi si infiammano nelle mani di Daniela e Samuela illuminando il grandioso salone e le immagini cominciano a emergere, mentre io e Tommaso col laser portiamo a compimento il difficile lavoro di scansione della base del baratro.
È tardi, dobbiamo ancora disarmare tutto, ma soprattutto dobbiamo fare la scansione dalla vertiginosa piattaforma triangolare montata nella notte da Tono e Alberto. Dopo tutto il loro lavoro e dedizione al progetto una rinuncia è fuori discussione.

È un lavoro vertiginoso, siamo in 3 su delle barre di alluminio che si allungano per quasi 3 metri sul nero del pozzo (sapremo poi dalla scansione di essere appesi a 110 metri da terra!). Uno strumento da oltre 50mila euro, e tanta paura di fare movimenti sbagliati, di terminare questa “idea del cazzo” (testuali parole del topografo in quei momenti di follia!) con un bello schianto e un’iniezione di paura. Non può succedere niente, tutto deve andare liscio.
Lo scanner gira e Robbie scatta le sue foto. Le gambe e le mani cominciano a congelarsi. Bisogna muoversi, ci scalderanno i quintali di materiali da portare fuori entro la notte!

È un lungo lavoro ma probabilmente ormai siamo simpatici a questa grotta, che ci lascia uscire tutti ammaccati e con centinaia di metri di corda avvinghiati in matasse e sacchi, ma nonostante la stanchezza nella tenda cucina rimane la voglia di scherzare e sentire le barzellette di Mauro fino alle 4 di mattina. Siamo tutti più rilassati, ora sappiamo che possiamo farcela, domani possiamo scendere a valle se il tempo ce lo permetterà. Ci deve almeno concedere questo bel finale.

E la mattina il tempo è fantastico, facciamo anche volare il drone altissimo per fotografare questa storia dal cielo. E poi il rumore del rotore dell’elicottero compare nella valle, un tuffo nel vuoto e siamo già teletrasportati dove eravamo partiti solo due giorni fa.
Mai come questa volta ho avuto la sensazione di essere andato lontanissimo, eppure irragionevolmente vicino.

Il Cenote e proprio un sogno alle porte di casa, scrivevo 5 anni fa. Ed è magico quando si riescono a condividere i sogni.

Un ringraziamento generale a chi ha partecipato e alle persone che si sono adoperate con grande fatica e dispendio di tempo alla buona riuscita di questa operazione: Daniela Barbieri, Matteo Barison, Alessandro Benazzato, Domenico Carletto, Samuela Dal Maso, Luca Dal Molin, Tono De Vivo, Filippo Felici, Mauro Lampo, Francesco Lo Mastro, Andrea Pirovano, Enzo Procopio, Alessio Romeo, Alberto Righetto, Tommaso Santagata, Francesco Sauro, Robbie Shone. Hanno contribuito alla riuscita della spedizione il Club Speleologico Proteo, il Gruppo Speleologico Padovano e il Gruppo Grotte Treviso. Un grazie a Carlo Piovesan per la realizzazione della piattaforma smontabile in alluminio per il laser scanner. 
Un sentito grazie all'Ufficio Parchi della Provincia Autonoma di Bolzano per l'autorizzazione accordataci. 

Si ringraziano inoltre la Commissione Centrale per la Spelelogia CAI per il supporto, la ditta Gruppo Servizi Topografici per il Laser Scanner, Elifriulia così come gli sponsor e patrocinatori Federazione Speleologica Europea, Tiberino, Scurion, Intermatica, dall’Associazione francese Spélé’ice, dall’Associazione La Venta, BEE1, Sovendi, la Società Speleologica Italiana ed il Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico.




Volando verso le Conturines (foto A. Romeo).


L'ingresso in veste invernale (foto A. Romeo).


Dentro il Tunnel del Vento (foto A. Romeo).


Tommaso si prepara alla prima scansione nel salone di base del Baratro Paolo Verico (foto A. Romeo).


Il Baratro Paolo Verico, con la sua lingua di ghiaccio ad oltre 150 metri dalla base (foto A. Romeo)


In tre, su una piattaforma di alluminio a 110 metri di altezza, come ci vede il Laser Scanner. 


Il campo base la mattina del lunedì (foto A. Romeo)


Risveglio dal sogno! (foto A. Romeo)
Grande Squadra! (foto M. Lampo)

lunedì 23 marzo 2015

Volare

2600 km di voli tra il bacino del Caronì e dell'Alto Orinoco, 25 ore tra le nuvole, avvistando montagne come isole nel mare di foresta. 18 decolli e atterraggi su piste di terra e prati in fiore. 2978 fotografie di vallate, pareti, cascate, griete e enormi ingressi di grotte inesplorate.
Questi sono solo alcuni dei numeri che hanno caratterizzato la prospezione "Amazonas Tepui"conclusasi in questi giorni in Venezuela.  Un viaggio che ci ha chiarito le potenzialità di massicci che fino ad oggi avevamo solo sognato, e che adesso invece sono diventati un paesaggio reale, sempre oltre le aspettative del sogno.

Abbiamo cominciato questo percorso decollando da Puerto Ayacucho, ultima città ai confini dell'Alto Orinoco. Volando sopra montagne di granito e foreste sconfinate siamo giunti alla valle di la Culebra, un luogo paradisiaco circondato dai più grandi massicci quarzitici dell'Amazonas: il Duida a sud (2358 m di altezza, 1089 km2 dialtopiano), Marahuaca a est (2832 m di altezza, 131 km2 di superficie sommitale) e il più piccolo ma elegantissimo Huachamacari a nord (1900 m di altezza, 8 km2 di superficie sommitale). Ad accoglierci calorosamente la comunità di indigeni Ye'kuana con il loro capitano Francisco, e una ciurma di bambini curiosi. Il nostro obbiettivo principale quaggiù è il sorvolo del Marahuaca, seconda montagna più alta dell'Amazzonia dopo il Picco Neblina, e il più alto massiccio in assoluto con morfologia di vero e proprio tepui. Il Marahuaca è una montagna mitica e molto poco conosciuta. Le sue imponenti pareti, alte oltre mille metri, sono state il sogno di molti alpinisti ed esploratori amazzonici, tra cui gli italiani Alfonso Vinci e Walter Bonatti (che effettuò due tentativi di salita nel 1967 e 1973), ma solo le spedizioni della fondazione Terramar  negli anni 1983-1985 hanno per la prima volta raggiunto il plateau sommitale con l'utilizzo di un elicottero, effettuando ricerche sulla fauna e la flora dell'altopiano. Da allora nessuno è mai tornato lassù.
Nel 2010 avevamo tentato un'indagine accurata di questa montagna, purtroppo arenatasi a quel tempo di fronte a svariate problematiche logistiche.
Quest'anno, finalmente, siamo riusciti ad arrivare quaggiù con due cessna, decisi a sorvolarne l'altopiano per valutare le potenzialità speleologiche del massiccio. Tuttavia una montagna di tale imponenza, nel mezzo della foresta amazzonica, è nascosta per oltre trecento giorni all'anno dalle nebbie che risalgono con forti turbini la gigantesca parete est. Riuscire a trovare un passaggio tra le nubi per accedere all'altopiano sommitale non è stato per nulla semplice.
Il primo volo ci ha permesso solo di raggiungere la gigantesca parete del Marahuaca nord, la propaggine settentrionale della montagna. La mattina successiva un nuovo sorvolo ci permette di girare intorno a questo enorme promontorio addentrandoci lungo la parete orientale fino ad affacciarci sulle immense cascate del Marahuaca Sud, ma ancora la parte alta del massiccio è chiusa dalle nebbie. Con il terzo sorvolo abbiamo deciso di salire fino a 3500 metri di quota per cercare un varco tra le nubi e finalmente affacciarci sull'altopiano sommitale. Volando a vista, tra momenti di incertezza e una buona dose di paura, d'improvviso ci si è aperto innanzi un mondo selvaggio di fiumi, pianori, profonde griete e inghiottitoi, a conferma delle idee che ci eravamo fatti guardando le immagini satellitari: il Marahuaca è uno dei massicci amazzonici con maggiori potenzialità speleologiche, con una morfologia ed elevazione tale da poter ospitare profondissimi abissi ancora tutti da esplorare.

Tornati a Puerto Ordaz con il pensiero di come si potrebbe organizzare una spedizione laggiù, ci siamo subito organizzati per un altra prospezione, questa volta al ben noto Sarisariñama Tepui, parte del massiccio Jaua, nel bacino dell'Alto Caura, a metà strada tra i tepui della Gran Sabana e i massicci dell'Amazonas. Si tratta di una montagna molto conosciuta per le due grandi "sime", Mayor e Menor, che la caratterizzano, esplorate da speleologi venezuelani e polacchi negli anni 1974 e 1976.
Tuttavia, nessuno è più tornato ad esplorare laggiù in seguito e da un'attenta analisi delle immagini satellitari ci risultava evidente che il potenziale speleologico di tale massiccio quarzitico fosse stato appena scalfito.
Grazie alla disponibilità di Raul riusciamo quindi ad avere due cessna per questa nuova operazione, con i piloti che per ironia della sorte si chiamano uno Jimmy e l'altro Angel, andando così a comporre insieme il nome del grande pilota americano a cui è dedicata la più alta cascata del mondo sull'Auyan Tepui. Lo prendiamo come un buon auspicio e voliamo da Puerto Ordaz al villaggio Yek'uana di Kanarakuni, alla base della montagna. Un luogo davvero sperduto e affascinante, dove abbiamo avuto l'opportunità di conoscere la popolazione indigena locale e di goderci il fresco della grande capanna comunitaria circolare, la cosiddetta Churuata.
Durante il sorvolo, facendo slalom tra cumuli di nebbie e forti venti, finalmente riusciamo a fotografare una nuova zona di grandissimo interesse. Oltre alle sime conosciute, individuiamo almeno altri 5 grandi ingressi che promettono grossi sviluppi, ma anche grandi difficoltà per essere raggiunti, dato che tale tepui risulta ricoperto da una fitta foresta. Ma la sotto esiste certamente un grandissimo sistema di gallerie sotterranee, che aspetta solo di essere esplorato.

Durante tutto questo volare ci siamo riempiti gli occhi e le schede delle macchine fotografiche di tanti tanti luoghi meravigliosi, un mondo che è fermo ancora ai tempi della genesi, osservano ingressi di mondi sotterranei che ci fanno sognare e ci spingono  a continuare lungo questa rotta. Una conferma che le esplorazioni sui tepui sono appena all'inizio.


Hanno partecipato: Francesco Sauro, Daniela Barbieri, Freddy Vergara, Carla Corongiu, Vittorio Crobu, Tono De Vivo.
I sorvoli sono stati realizzati grazie al supporto del Rolex Award for Enterprise e di tutti i nostri sponsor: Geotec SPA, Raul Helicopteros, ATS, Dolomite, Intermatica, Ferrino, Amphibious, De Walt, Allemano Metrology, Chelab, Scurion, Polish Fundation-Cavesniper, GTLine, New Foods, Bialetti, MountainHouse.


Il Cessna e una ciurma di bambini Ye'kuana al villaggio di La Culebra.
Le grandi cascate sulla parete Nord-Est del Marahuaka Huha.

L'immenso versante nord del Marahuaca Fuif si innalza per oltre 1500 metri sopra la foresta amazzonica.

L'Huachamacari, piccolo ed elegante  tepui amazzonico che si eleva sopra la valle di La Culebra. 

Volando verso Canaracuni.
Il sistema di trafori esplorato dalla SVE nel 1977 nel massiccio del Guaiquinima.

Canaracuni, alle falde del Sarisariñama.

La grande Churuata di Canaracuni.

La Sima Menor del Sarisariñama, oggetto di esplorazione e topografia nel corso della spedizione venezuelano-polacca del 1976.

Il contorno di una sima inesplorata tra la fitta vegetazione del Sarisariñama.

Un profondo pozzo inesplorato sull'altopiano sommitale del Sarisariñama.





lunedì 22 dicembre 2014

Il cuore oscuro dell'Amazzonia

28 Novembre 2014
È proprio vero che l'Amazzonia è un cuore verde, piatto, solcato da intrecci di fiumi che ricordano vene e arterie di un essere vivente. Dal finestrino del cessna vediamo scorrere sotto di noi il Rio Negro, con i suoi trenta chilometri di larghezza e gli infiniti canali paralleli divisi da decine di isole lussureggianti. Difficile dire quali siano i limiti di questa massa d'acqua, il fiume si confonde con la foresta, tanto che quando arriva la stagione delle piogge, intere zone vengono allagate per chilometri e il livello dell'acqua può salire di 5-6 metri.
Il Rio Negro ha sempre rappresentato un luogo mitico nella mia immaginazione, teatro di grandi esplorazioni, come quella leggendaria di Alexander Von Humboldt nella primavera dell'anno 1800. In quel viaggio di oltre settanta giorni era stato scoperta il braccio Casiquiarie, un canale in bilico tra i due bacini dell'Orinoco e del Rio delle Amazzoni, un passaggio che permette a piccole imbarcazioni di passare da un fiume all'altro attraversando interamente quest'area del Sud America. Lo spartiacque che divide questi due enormi catini del pianeta è lo scudo della Guyana, la terra dei tepui, le grandi fortezze di quarzo che si ergono dalla foresta e che sono divisi tra due nazioni, nella Gran Sabana e l'Alto Orinoco del Venezuela, e nell'alta conca del Rio Negro in Brasile.
Durante gli ultimi cinque anni abbiamo raggiunto queste montagne da nord, dal Venezuela, ma oggi vogliamo vedere il massiccio più meridionale, quello che segna la fine di queste terre incognite: il massiccio dell'Aracà, l'unico che si trova interamente in territorio brasiliano.
Abbiamo passato gli ultimi due giorni a Barcelos, una ridente cittadina sulle rive del fiume. Gli uomini che vivono qui, principalmente indigeni, parlano di questa montagna come di un mondo lontanissimo, pieno di mistero. Molto spesso, invece di Aracà, la chiamano "Serra Tantalita", infatti le poche persone che ci hanno messo piede sono state spinte laggiù dalla ricerca di questo rarissimo e altrettanto prezioso minerale di tantalio.
A detta di molti il maggiore conoscitore di questo massiccio è un minatore che si chiama Roberto. Ieri sera ci ha accolto davanti alla sua casa in mezzo alla foresta e ci ha raccontato di aver dedicato oltre dieci anni di ricerche del prezioso minerale sulla montagna.  Negli anni '90 era stata aperta addirittura una pista di atterraggio per piccoli aerei che arrivavano da Boa Vista per prelevare il prezioso carico. Poi la polizia federale aveva fatto saltare la pista e la montagna era tornata irraggiungibile. Gli abbiamo chiesto se in quegli anni aveva incontrato delle grotte. Suscitandoci molta curiosità ci aveva parlato di una galleria che si addentrava nella montagna, ma nella zona più a nord, a tre giorni di cammino dalla pista. Un luogo dove nessun altro essere umano, oltre a lui, è mai arrivato.
Da Barcelos alla montagna ci sono oltre 200 chilometri in linea retta. Tuttavia l'unico modo per raggiungerla, se non si dispone di un elicottero, è attraverso i fiumi Denali o Aracà. Entrambi compiono infinite spirali, ed è facile intuire che il percorso reale in barca si snoda per almeno tre-quattro volte quello via aerea. E comunque una volta arrivati alla base della montagna ben pochi sono i punti deboli della sua parete meridionale per poter salire sull'altopiano.
Le distanze qui sono enormi, dopo 40 minuti di volo sotto di noi c'è ancora solo foresta e fiumi. Tutto è piatto, sembra impossibile che ci sia una montagna da queste parti.
E invece, ad un certo punto cominciamo a vedere qualcosa ergersi tra le nuvole. Il pilota è indeciso sul da farsi e chiede a Ezio se vogliamo continuare questo sorvolo nonostante la montagna sembri circondata dalle nebbie. Ci guardiamo e dico sì, andiamo, cerchiamo di avvicinarci il più possibile. Man mano che l'aereo si insinua tra le nuvole e le pareti, l'altopiano si apre davanti alla nostra vista, solcato da torrenti che attraversano praterie e zone boschive. Giriamo attorno costeggiando le grandi pareti esterne e individuiamo alcuni ingressi interessanti. È un tepui diverso da quelli che abbiamo visto negli anni passati, meno fratturato, e quindi probabilmente meno interessante per l'esplorazione speleologica. Tuttavia il luogo emana un fascino unico.
D'un tratto si apre davanti a noi la valle che racchiude la Cachoeira de Eldorado, una bellissima cascata, considerata la più alta del Brasile con i sui 353 metri di altezza. Il paesaggio è grandioso, mi viene voglia di lanciarmici col paracadute ma poi che farei...
Nel 2007 una spedizione dell'associazione italo-brasiliana Akakor era riuscita a raggiungere il massiccio via fiume e risalendone il versante meridionale. Avevano esplorato anche una grotta importante, una profonda serie di fratture chiamata Abisso Guy Collet. Nonostante lo sforzo gigantesco e oltre tre settimane di selva la frazione di montagna esplorata in quell'occasione rimane davvero minima rispetto alle dimensioni dell'altopiano. Chissà che cos'altro ci può essere laggiù!
Con la mente sazia di questi pensieri dico al pilota che abbiamo visto abbastanza, possiamo tornare verso Barcelos. Oltre le nuvole, oltre l'Aracà, si vedono in lontananza altre cime. Sono montagne senza nome, terre degli indigeni yanomami. Altre isole che emergono da questo oceano verde.

Abbiamo condiviso questo viaggio con gli amici Ezio Rubioli, Alexander Lobo e Daniel Menin del Gruppo de Pesquisas Speleologicas Bambuì di Belo Horizonte.
È stato il primo passo verso i tepui dell'Amazzonia, nella speranza di riuscire un giorno a raggiungere quelle montagne e a carpirne anche solo una minima parte dei loro innumerevoli segreti sotterranei. 
La squadra italiana di La Venta era composta da Francesco Sauro, Natalino Russo, Daniela Barbieri e Omar Fantinel.
Le foto che seguono sono di Natalino Russo. 


Sorvolando il Rio Negro.

Le acque del Rio Negro sono rosso ambra per la presenza di acidi organici.

Navigando verso la foce del Rio Aracà.

Uno dei numerosissimi meandri del Rio Aracà.

La Cachoeira de El Dorado.

L'ingresso della Caverna di Maroaga, cavità che si sviluppa nelle quarzoareniti presso la cittadina di Presidente Figueiredo a nord di Manaus.

Splendide morfologie a pilastri nella Caverna di Maroaga.

Pilastri di quarzoarenite tra le montagne di Presidente Figuiredo. 

Il gruppo del sorvolo all'Aracà al completo.







martedì 7 ottobre 2014

In the House of the Gods - A documentary film about the most ancient caves on Earth



The market for adventure documentaries is monopolized by a few major broadcasters who produce standard narrative stories, often emphasizing faked extreme conditions with actors or well known television speakers. Real geographic explorers and scientists have limited space in these programs. Contrary to this approach, we want to produce a documentary film that gives the audience a chance to experience real exploration, first hand, by following a team of real explorers into one of the most remote places on Earth: A journey to the last Dark Continent that we have yet to discover completely. Since 2010, teams of cameraman have made several trips to film high-definition footage of the most ancient caves on Earth, in the venezuelan tepuis: landscapes, caves passages, minerals, interviews, emotions, hard and dangerous moments, aerial flights with helicopters and terrifying descents in bottomless abysses. Now, all this material is ready to be edited, thanks to the support of a famed Italian director, Tullio Bernabei. Help us bring this footage together into a finalized film! Contribute to the crowdfunding camapign in INDIEGOGO: https://www.indiegogo.com/projects/in-the-house-of-the-gods

Il mercato dei documentari d'avventura è monopolizzato da pochi grandi emittenti che producono storie narrative standard, spesso sottolineando condizioni estreme esasperate con attori o speaker televisivi ben noti. I reali esploratori geografici e gli scienziati hanno limitato accesso a questi programmi, e spesso la vera natura dell'esplorazione viene snaturata. Contrariamente a questo approccio, vorrei produrre un film documentario che dia al pubblico la possibilità di sperimentare la vera e propria avventura della scoperta, di prima mano, seguendo un team di esploratori reali in uno dei luoghi più remoti della Terra: le antichissime grotte di quarzite dei tepui venezuelani. Dal 2010, insieme col team La Venta abbiamo realizzato decine di ore di riprese di qeusti ambienti straordinari: paesaggi, ambienti di grotta, minerali, interviste, emozioni, momenti difficili e pericolosi, voli aerei con elicotteri e discese terrificanti in abissi senza fondo. Ora, tutto questo materiale è pronto per essere edito, grazie al supporto di un famoso regista italiano, Tullio Bernabei. Aiutaci a realizzare questo documentario! Contribuisci attraverso la campagna di crowdfunding su INDIEGOGO:https://www.indiegogo.com/projects/in-the-house-of-the-gods


domenica 25 maggio 2014

Imawarì Yeuta: il più vasto sistema di grotte nelle quarziti al mondo

 A distanza di oltre un anno dalla scoperta di Imawarì Yeuta, (“la casa dove dimorano gli dei” in lingua indigena Pemon Kamarakoto) è giunto il momento di fare un bilancio di questo progetto e degli eccezionali risultati ottenuti, nonostante le grandi difficoltà logistiche affrontate in questo remoto angolo del Venezuela.


La ripresa delle esplorazioni nel massiccio dell’Auyan Tepui risale al febbraio 2009, quando, durante un sorvolo, viene avvistato dal pilota Raul Arias un grande portale parzialmente crollato. La successiva ricognizione speleologica, avvenuta già nelle settimane seguenti, e una spedizione leggera nel marzo del 2010, rivela la prima grande grotta orizzontale scoperta sull’altopiano, la Cueva Guacamaya, caratterizzata da eccezionali mineralizzazioni di opale e silice amorfa. Già allora avevamo intuito l’enorme potenziale dei settori interni del massiccio, ma non sapevamo ancora dove si sarebbero potuti incontrare gli accessi giusti. Nel corso del 2011, grazie a un attento lavoro di interpretazione delle immagini satellitari, individuiamo la zona a nord-est della montagna come il maggior candidato ad ospitare un vasto sistema sotterraneo per la presenza di alcuni grandi collassi di crollo.
Il primo tentativo di raggiungere tale settore del massiccio avviene nel 2012, ma si scontra ancor prima della partenza con un tragico incidente all’elicottero, che ci costringe a ripiegare su una breve prospezione al Roraima. Tuttavia un ulteriore sorvolo in cessna conferma le supposizioni, individuando alcuni ingressi interessanti, seppur la zona sia in gran parte nascosta dalle nubi.

Arriviamo così al 2013, l’anno fatidico, dove La Venta unisce le forze al team venezuelano Teraphosa di Puerto Ordaz, guidato dall’instancabile Freddy Vergara, con l’obbiettivo di ritentare una spedizione in quella zona. Agli speleologi si aggiungono due guardie di INPARQUES, l’istituzione che gestisce il Parco Canaima e che per la prima volta dopo decenni concede a un team internazionale il permesso esclusivo di realizzare esplorazioni e ricerche speleologiche nell’area protetta. La spedizione riesce nell’obiettivo già al primo giorno, quando un gruppo di 4 speleologi scende nella grande dolina di crollo “Iroma Den” (Sima del Viento), e dopo alcuni tentativi riesce a spingersi oltre una frana intercettando un primo grande fiume sotterraneo. Da questo momento in poi la spedizione da inizio a una corsa esplorativa indimenticabile, con la grotta che letteralmente esplode nelle nostre mani, sviluppandosi lungo tre distinti corsi d’acqua sotterranei, in sale e gallerie di dimensioni impressionanti. Il Salone Paolino Cometti raggiunge 270 metri di lunghezza per circa 160 di larghezza, il collettore di nord-ovest si estende per una larghezza di quasi 300 metri! Basta ricordare alcuni nomi per far capire l’eccezionalità della grotta: Agoraphobia, il Labirinto dei Cristalli, l’Universo del Silenzio, la Galleria delle Mille Colonne, il Fiume dei Guachari, e così via...
In soli 10 giorni vengono rilevati 15 km dando una prima forma a quello che sembra candidarsi come il più vasto sistema sotterraneo nelle quarziti del mondo.
Ma il tempo concesso a questa spedizione volge al termine, cosicché alla fine di marzo 2013 gli speleologi di La Venta e del Teraphosa, si trovano per le mani una grotta, che oltre ad essere immensa, rappresenta un sito di altissimo interesse scientifico, caratterizzata da morfologie e speleotemi sconosciuti che necessiteranno uno studio accurato per essere compresi.

Nei mesi successivi la notizia della scoperta farà il giro del mondo rimbalzando da numerosi articoli su diversi giornali venezuelani, all’emittente BBC Mundo, guadagnandosi la copertina della rivista americana NSS News, suscitando meraviglia e scalpore in una gremitissima sala del congresso Internazionale di Speleologia di Brno in Repubblica Ceca. Di grotte così vaste nelle quarziti si conosceva solo il Sistema Muchimuk, nel massiccio del Chimantha, ma Imawarì Yeuta impressiona non solo per le dimensioni, ma soprattutto per l’incredibile varietà di morfologie e mineralizzazioni, le cui immagini, realizzate dal fotografo Vittorio Crobu, lasciano veramente a bocca aperta geologi e speleologi con decenni di attività speleologica e di ricerca scientifica sulle spalle. Già entro la fine del 2013 esce sulla prestigiosa rivista internazionale Journal of Hydrology un articolo che presenta i primi risultati delle analisi delle acque effettuate nel sistema, dimostrando anche l’alta qualità delle ricerche condotte in quei pochi giorni di spedizione.

Programmiamo quindi di tornare lassù nel 2014, questa volta anche con l’appoggio del Governo dello Stato Bolivar, per completare il lavoro e avviare uno studio scientifico più approfondito. La spedizione è molto complessa da organizzare anche per la situazione socio-politica del paese, con numerose rivolte per strada e la mancanza di generi alimentari. Alla fine però tutto viene definito e siamo pronti a partire con un gruppo più numeroso che si dedicherà per vari giorni ad attività di fotografia e rilievo. Le esplorazioni in Imawarì Yeuta proseguono, completando il quadro già ottenuto l’anno precedente e scoprendo due nuove grotte, Kaukau Yeuta (Cueva del Gato) e Chiwou Yeuta (Cueva Nieblina), parte dello stesso sistema ma attualmente separate dalla grotta principale da profonde spaccature (griete). Le nuove scoperte si concentrano tuttavia ancora in Imawarì Yeuta nella zona di Piaima Den (i labirinti), un settore fossile di grande estensione che da del filo da torcere al senso di orientamento dei rilevatori.
Alla fine il rilevato del sistema arriva a ben 20 km di sviluppo (18,6 Imawarì Yeuta; 0,7 Cueva del Gato; 0,6 Cueva Nieblina), portando la grotta ad essere ufficialmente la più lunga al mondo nelle quarziti e la più lunga grotta del Venezuela.
Inoltre, negli ultimi giorni, tramite un campo avanzato, viene scoperto l’accesso a una nuova grotta nel settore settentrionle, Oköimo Yeuta, la Cueva del Arco. In un’unica punta di 36 ore vengono rilevati 2,6 km di grandi gallerie che sbucano nella gigantesca dolina di crollo del Gran Derrumbe, rappresentando molto probabilmente il settore a monte del sistema Imawarì.

Ma al di là dei numeri, che contano poco in una grotta di tale bellezza, quello che ci è rimasto maggiormente impresso in questi due anni è stata l’emozione di entrare in un mondo nuovo, affrontando un’esplorazione speleologica che ci ha lasciato increduli ad ogni passo. E tutto questo l’abbiamo vissuto in fratellanza e grandissima collaborazione tra speleologi italiani e venezuelani.
Ma non è finita qui: il materiale documentativo raccolto (migliaia di scatti) sarà nei prossimi mesi oggetto di un libro monografico, mentre stiamo già pianificando i futuri obbiettivi del progetto.

Nelle prossime settimane pubblicheremo su questo blog alcune anticipazioni tematiche, riguardo gli speleotemi, le problematiche esplorative e tecniche, ma anche racconti e impressioni personali. Seguiteci!


Hanno partecipato al progetto: Virgilio Abreu, Girgio Annichini Raul Arias, Daniela Barbieri, Alicia Davila, Tullio Bernabei, Loredana Bessone, Alfredo Brunetti, Leonardo Colavita, Carla Corongiu, Vittorio Crobu. Riccardo De Luca, Antonio De Vivo, Jo De Waele, Luca Imperio, Fulvio Iorio, David Izquierdo, Alessio Romeo, Francesco Lo Mastro, Jesus Lira, Adriano Morabito, Maritza Morelli, Alba Moreno, Francesco Pandolfo, Leonardo Piccini, Francesco Sauro, Lenin Vargas, Freddy Vergara, Jesus Vergara, e i piloti dell'elicottero Julio Testaferro e Victor Lopez.

Si ringrazia Ortensia Berti e tutta la comunità di Kavak, e Karina Ratzevicius di Raul Helicopteros.

Il progetto è stato sponsorizzata da: Tiziano Conte con Fedra S.R.L., Luigi e Francesco Di Marzo con Geotec SPA, Raul Helicopteros, Renato Daretti con ATS, Dolomite, Intermatica, Ferrino, Amphibious, De Walt, Allemano Metrology, Chelab, Scurion, Polish Fundation-Cavesniper, GTLine, New Foods, Bialetti, MountainHouse.

Il progetto ha avuto l’appoggio istutuzionale di: Segretario Generale della Gobernaciòn dello Stato Bolivar Teodardo Porras Cardozo, Ambasciatore della Repubblica Bolivariana del Venezuela in Italia Julian Isaias Rodriguez Diaz, Direzione di INPARQUES Venezuela.

Il progetto è stato patrocinato da: Fondazione Dolomiti Unesco, Società Speleologica Italiana, Commissione Centrale per la Speleologia CAI, CONI Veneto, Istituto Italiano di Speleologia. 























martedì 26 novembre 2013

Auyan Tepui: nella dimora degli Dei


Ecco il nuovo video montato da Vittorio Crobu sulla spedizione di marzo scorso. Giusto per stimolarci la voglia di tornare lassù!


martedì 19 novembre 2013

Nel Grand Moulin del mare di ghiaccio

Il tempo di sistemare due cose e si parte per la Francia, un venerdì sera piovoso di novembre. Le due giornate di sole spettacolari che ci aspettano sembrano inimmaginabili guidando nella notte tra nebbie e acquazzoni. 
Ma la mattina il Mer de Glace si staglia di fronte a noi, in uno scenario maestoso, chiuso ai lati da montagne come i Dru e l'Aguille de Gran Chamorz, e sullo sfondo niente di meno che la parete nord de  le Grand Jorasses e il Dente del Gigante. 
Ma noi non saliamo, bensì scendiamo... e  nel ghiaccio. Al centro della lingua in ritiro ci avviciniamo al Gran Moulin, mitica cavità glaciale discesa la prima volta già nel diciannovesimo secolo. Mentre montiamo le tende le morene laterali scaricano cascate di sassi, ogni tanto un macigno grande come un automobile cade verso valle facendoci volgere lo sguardo un po' spaventati. Ma noi siamo al sicuro, al centro del ghiacciaio, con le nostre tendine in lento movimento su questa nave di ghiaccio. Già la sera cominciamo ad attrezzare. Il pozzo è maestoso ma ci frega dopo circa 60-70 metri di fronte a dei balconi di neve sventata che nascondono la prosecuzione. Ma ormai è mezzogiorno di domenica mattina... comincia la lunga marcia verso casa... La prossima volta ci ritaglieremo più tempo, per non farlo sembrare semplicemente un sogno onirico in una notte piovosa della pianura padana. 

Un ringraziamento a Simond per averci fornito viti, piccozze e ramponi. 
Hanno partecipato: Alessio Romeo (capo spedizione), Francesco Sauro (filosofo), Daniela Barbieri (modella), Andrea Pirovano (saggio), Matteo Barison (ingegnere)