domenica 25 maggio 2014

Imawarì Yeuta: il più vasto sistema di grotte nelle quarziti al mondo

 A distanza di oltre un anno dalla scoperta di Imawarì Yeuta, (“la casa dove dimorano gli dei” in lingua indigena Pemon Kamarakoto) è giunto il momento di fare un bilancio di questo progetto e degli eccezionali risultati ottenuti, nonostante le grandi difficoltà logistiche affrontate in questo remoto angolo del Venezuela.


La ripresa delle esplorazioni nel massiccio dell’Auyan Tepui risale al febbraio 2009, quando, durante un sorvolo, viene avvistato dal pilota Raul Arias un grande portale parzialmente crollato. La successiva ricognizione speleologica, avvenuta già nelle settimane seguenti, e una spedizione leggera nel marzo del 2010, rivela la prima grande grotta orizzontale scoperta sull’altopiano, la Cueva Guacamaya, caratterizzata da eccezionali mineralizzazioni di opale e silice amorfa. Già allora avevamo intuito l’enorme potenziale dei settori interni del massiccio, ma non sapevamo ancora dove si sarebbero potuti incontrare gli accessi giusti. Nel corso del 2011, grazie a un attento lavoro di interpretazione delle immagini satellitari, individuiamo la zona a nord-est della montagna come il maggior candidato ad ospitare un vasto sistema sotterraneo per la presenza di alcuni grandi collassi di crollo.
Il primo tentativo di raggiungere tale settore del massiccio avviene nel 2012, ma si scontra ancor prima della partenza con un tragico incidente all’elicottero, che ci costringe a ripiegare su una breve prospezione al Roraima. Tuttavia un ulteriore sorvolo in cessna conferma le supposizioni, individuando alcuni ingressi interessanti, seppur la zona sia in gran parte nascosta dalle nubi.

Arriviamo così al 2013, l’anno fatidico, dove La Venta unisce le forze al team venezuelano Teraphosa di Puerto Ordaz, guidato dall’instancabile Freddy Vergara, con l’obbiettivo di ritentare una spedizione in quella zona. Agli speleologi si aggiungono due guardie di INPARQUES, l’istituzione che gestisce il Parco Canaima e che per la prima volta dopo decenni concede a un team internazionale il permesso esclusivo di realizzare esplorazioni e ricerche speleologiche nell’area protetta. La spedizione riesce nell’obiettivo già al primo giorno, quando un gruppo di 4 speleologi scende nella grande dolina di crollo “Iroma Den” (Sima del Viento), e dopo alcuni tentativi riesce a spingersi oltre una frana intercettando un primo grande fiume sotterraneo. Da questo momento in poi la spedizione da inizio a una corsa esplorativa indimenticabile, con la grotta che letteralmente esplode nelle nostre mani, sviluppandosi lungo tre distinti corsi d’acqua sotterranei, in sale e gallerie di dimensioni impressionanti. Il Salone Paolino Cometti raggiunge 270 metri di lunghezza per circa 160 di larghezza, il collettore di nord-ovest si estende per una larghezza di quasi 300 metri! Basta ricordare alcuni nomi per far capire l’eccezionalità della grotta: Agoraphobia, il Labirinto dei Cristalli, l’Universo del Silenzio, la Galleria delle Mille Colonne, il Fiume dei Guachari, e così via...
In soli 10 giorni vengono rilevati 15 km dando una prima forma a quello che sembra candidarsi come il più vasto sistema sotterraneo nelle quarziti del mondo.
Ma il tempo concesso a questa spedizione volge al termine, cosicché alla fine di marzo 2013 gli speleologi di La Venta e del Teraphosa, si trovano per le mani una grotta, che oltre ad essere immensa, rappresenta un sito di altissimo interesse scientifico, caratterizzata da morfologie e speleotemi sconosciuti che necessiteranno uno studio accurato per essere compresi.

Nei mesi successivi la notizia della scoperta farà il giro del mondo rimbalzando da numerosi articoli su diversi giornali venezuelani, all’emittente BBC Mundo, guadagnandosi la copertina della rivista americana NSS News, suscitando meraviglia e scalpore in una gremitissima sala del congresso Internazionale di Speleologia di Brno in Repubblica Ceca. Di grotte così vaste nelle quarziti si conosceva solo il Sistema Muchimuk, nel massiccio del Chimantha, ma Imawarì Yeuta impressiona non solo per le dimensioni, ma soprattutto per l’incredibile varietà di morfologie e mineralizzazioni, le cui immagini, realizzate dal fotografo Vittorio Crobu, lasciano veramente a bocca aperta geologi e speleologi con decenni di attività speleologica e di ricerca scientifica sulle spalle. Già entro la fine del 2013 esce sulla prestigiosa rivista internazionale Journal of Hydrology un articolo che presenta i primi risultati delle analisi delle acque effettuate nel sistema, dimostrando anche l’alta qualità delle ricerche condotte in quei pochi giorni di spedizione.

Programmiamo quindi di tornare lassù nel 2014, questa volta anche con l’appoggio del Governo dello Stato Bolivar, per completare il lavoro e avviare uno studio scientifico più approfondito. La spedizione è molto complessa da organizzare anche per la situazione socio-politica del paese, con numerose rivolte per strada e la mancanza di generi alimentari. Alla fine però tutto viene definito e siamo pronti a partire con un gruppo più numeroso che si dedicherà per vari giorni ad attività di fotografia e rilievo. Le esplorazioni in Imawarì Yeuta proseguono, completando il quadro già ottenuto l’anno precedente e scoprendo due nuove grotte, Kaukau Yeuta (Cueva del Gato) e Chiwou Yeuta (Cueva Nieblina), parte dello stesso sistema ma attualmente separate dalla grotta principale da profonde spaccature (griete). Le nuove scoperte si concentrano tuttavia ancora in Imawarì Yeuta nella zona di Piaima Den (i labirinti), un settore fossile di grande estensione che da del filo da torcere al senso di orientamento dei rilevatori.
Alla fine il rilevato del sistema arriva a ben 20 km di sviluppo (18,6 Imawarì Yeuta; 0,7 Cueva del Gato; 0,6 Cueva Nieblina), portando la grotta ad essere ufficialmente la più lunga al mondo nelle quarziti e la più lunga grotta del Venezuela.
Inoltre, negli ultimi giorni, tramite un campo avanzato, viene scoperto l’accesso a una nuova grotta nel settore settentrionle, Oköimo Yeuta, la Cueva del Arco. In un’unica punta di 36 ore vengono rilevati 2,6 km di grandi gallerie che sbucano nella gigantesca dolina di crollo del Gran Derrumbe, rappresentando molto probabilmente il settore a monte del sistema Imawarì.

Ma al di là dei numeri, che contano poco in una grotta di tale bellezza, quello che ci è rimasto maggiormente impresso in questi due anni è stata l’emozione di entrare in un mondo nuovo, affrontando un’esplorazione speleologica che ci ha lasciato increduli ad ogni passo. E tutto questo l’abbiamo vissuto in fratellanza e grandissima collaborazione tra speleologi italiani e venezuelani.
Ma non è finita qui: il materiale documentativo raccolto (migliaia di scatti) sarà nei prossimi mesi oggetto di un libro monografico, mentre stiamo già pianificando i futuri obbiettivi del progetto.

Nelle prossime settimane pubblicheremo su questo blog alcune anticipazioni tematiche, riguardo gli speleotemi, le problematiche esplorative e tecniche, ma anche racconti e impressioni personali. Seguiteci!


Hanno partecipato al progetto: Virgilio Abreu, Girgio Annichini Raul Arias, Daniela Barbieri, Alicia Davila, Tullio Bernabei, Loredana Bessone, Alfredo Brunetti, Leonardo Colavita, Carla Corongiu, Vittorio Crobu. Riccardo De Luca, Antonio De Vivo, Jo De Waele, Luca Imperio, Fulvio Iorio, David Izquierdo, Alessio Romeo, Francesco Lo Mastro, Jesus Lira, Adriano Morabito, Maritza Morelli, Alba Moreno, Francesco Pandolfo, Leonardo Piccini, Francesco Sauro, Lenin Vargas, Freddy Vergara, Jesus Vergara, e i piloti dell'elicottero Julio Testaferro e Victor Lopez.

Si ringrazia Ortensia Berti e tutta la comunità di Kavak, e Karina Ratzevicius di Raul Helicopteros.

Il progetto è stato sponsorizzata da: Tiziano Conte con Fedra S.R.L., Luigi e Francesco Di Marzo con Geotec SPA, Raul Helicopteros, Renato Daretti con ATS, Dolomite, Intermatica, Ferrino, Amphibious, De Walt, Allemano Metrology, Chelab, Scurion, Polish Fundation-Cavesniper, GTLine, New Foods, Bialetti, MountainHouse.

Il progetto ha avuto l’appoggio istutuzionale di: Segretario Generale della Gobernaciòn dello Stato Bolivar Teodardo Porras Cardozo, Ambasciatore della Repubblica Bolivariana del Venezuela in Italia Julian Isaias Rodriguez Diaz, Direzione di INPARQUES Venezuela.

Il progetto è stato patrocinato da: Fondazione Dolomiti Unesco, Società Speleologica Italiana, Commissione Centrale per la Speleologia CAI, CONI Veneto, Istituto Italiano di Speleologia. 























martedì 26 novembre 2013

Auyan Tepui: nella dimora degli Dei


Ecco il nuovo video montato da Vittorio Crobu sulla spedizione di marzo scorso. Giusto per stimolarci la voglia di tornare lassù!


martedì 19 novembre 2013

Nel Grand Moulin del mare di ghiaccio

Il tempo di sistemare due cose e si parte per la Francia, un venerdì sera piovoso di novembre. Le due giornate di sole spettacolari che ci aspettano sembrano inimmaginabili guidando nella notte tra nebbie e acquazzoni. 
Ma la mattina il Mer de Glace si staglia di fronte a noi, in uno scenario maestoso, chiuso ai lati da montagne come i Dru e l'Aguille de Gran Chamorz, e sullo sfondo niente di meno che la parete nord de  le Grand Jorasses e il Dente del Gigante. 
Ma noi non saliamo, bensì scendiamo... e  nel ghiaccio. Al centro della lingua in ritiro ci avviciniamo al Gran Moulin, mitica cavità glaciale discesa la prima volta già nel diciannovesimo secolo. Mentre montiamo le tende le morene laterali scaricano cascate di sassi, ogni tanto un macigno grande come un automobile cade verso valle facendoci volgere lo sguardo un po' spaventati. Ma noi siamo al sicuro, al centro del ghiacciaio, con le nostre tendine in lento movimento su questa nave di ghiaccio. Già la sera cominciamo ad attrezzare. Il pozzo è maestoso ma ci frega dopo circa 60-70 metri di fronte a dei balconi di neve sventata che nascondono la prosecuzione. Ma ormai è mezzogiorno di domenica mattina... comincia la lunga marcia verso casa... La prossima volta ci ritaglieremo più tempo, per non farlo sembrare semplicemente un sogno onirico in una notte piovosa della pianura padana. 

Un ringraziamento a Simond per averci fornito viti, piccozze e ramponi. 
Hanno partecipato: Alessio Romeo (capo spedizione), Francesco Sauro (filosofo), Daniela Barbieri (modella), Andrea Pirovano (saggio), Matteo Barison (ingegnere)
















mercoledì 23 ottobre 2013

Cavenauts tales

Ecco il video sull'esperienza CAVES di quest'anno.


domenica 15 settembre 2013

CAVES arrivano gli astronauti

Oggi è iniziato il corso, potete seguirci sul canale youtube dell'ESA, ogni due giorni verrà caricato un video sulle attività.

http://www.youtube.com/user/ESA 





domenica 8 settembre 2013

Imawarì Yeuta sul numero di settembre della National Speleological Society of America

Esce questo mese un articolo sull'esplorazione di Imawarì Yeuta in Venezuela, scritto da Francesco Sauro, Freddy Vergara, Antonio De Vivo, Jo De Waele e Jesus Lira!

La copertina è di Vittorio Crobu.

Vi annuncio anche che sul numero di ottobre di M360, la rivista del Club Alpino Italiano sarà presente un bel portfolio fotografico sulle esplorazioni di quest'anno in Venezuela e Messico.


Quanto lontano possiamo andare?

Pubblico un mio post apparso pochi giorni fa sul blog dell'Agenzia Spaziale Europea. Riflessioni sul senso della parola lontananza...

Buona lettura!


FROM CAVES TO SPACE: JUST HOW FAR WE CAN GO?


We all know that space exploration is one of the most impressive challenges of our time, evoking the mysteries of a universe without limits, something impossible for human beings to conceive of.

Immersion into the Earth,
the first shaft of Spluga della Preta 
The hardest thing to imagine is the massive distance that a spaceship will have to travel to reach other planets such as Mars or asteroids even further afield. We can talk about hundreds of thousands kilometres, but numbers are not enough to convey the deep sense of isolation and loneliness that astronauts will have to face during interplanetary travel. People normally think about a journey in terms of time: How long will it take me to fly from Cologne to Houston? How long will this Soyuz take to reach the Space Station from the Baikonur launch pad? What is the furthest place on Earth that you can reach from your office chair?

Distance is probably the most relative concept in our fully connected world. The time needed to reach a place now depends only on the availability of means of transport and money... 

Rome might be very close for a Japanese manager on an international flight, but unthinkably far for a property-less nomad living in the Sahara desert. For humans, space on Earth expands not through the laws of physics, but according to social status and the availability of technology.


Returning to the Universe, even if our astronauts travel at 28,000 km/h, it will take them over six months to reach Mars. Their communications from the red planet will take up to 20 minutes to reach Earth, even travelling at the speed of light. They will have to wait a further 20 minutes for our reply, and in the event of an emergency, nobody will be able to reach Mars and rescue them in a matter of hours.

This sense of immense distance is really unusual in our modern world. But surprisingly, some humans can claim to have experienced something similar: through exploring remote caves under the surface of the Earth.

Exploring the glacier cave "El Cenote" in the heart of Dolomities.
But what is really interesting is that there are no aeroplanes, space shuttles, submarines or robots able to reach the deepest and furthest parts of these caves. Only humans can do it, climbing with their own feet and hands, rappelling on ropes and crawling through tight squeezes for hours – sometimes days – in total darkness, impenetrable but for their lamps. People who in their ordinary lives are employees, sales staff or lawyers become geographic explorers in their free time. More often than not, they don’t know they are pushing back the boundaries of the known Earth, tracing its underground surfaces…

The most recent and extreme explorations have reached depths of over 2000 metres below the surface (e.g. the Voronya cave in Abkhazia) and travel many tens of kilometres from the entrance. For example, in the Sneznaya cave, Russian cavers need about five days of progression to reach the camp at the bottom of the cave and around seven to come back to the Sun with all their equipment. Their explorations inside this cave can mean spending more than one month underground, with no communication to the outside world.

Exploring the frozen depths of Dark Star cave
in the Boysun Tau mountain range, Uzbekistan
Similar ventures are happening in many other places around the world, but no one knows about them because cavers are just ‘ordinary’ curious people who don’t need anything more than passion and courage to expand human knowledge.

So, where is the most distant place on Earth? I suspect most people would say “the Antipodes”. But this is not true, because the places that take the longest time to reach on Earth are the depths of caves. Inside caves, there are no fast means of transport and no one can help you in the event of an emergency: if an accident happens, the rescue team could take tens of hours or even days to reach you. Lost in these labyrinths, explorers feel a real sense of loneliness and isolation. You are thousands of miles further than in any other place you could be on the Earth’s surface.

That’s why the European Space Agency organized the CAVES course, which probably represents one of the most challenging experiences for an astronaut who may be sent on an interplanetary mission in the future. The exploration of the underground world is a great analogue of these long-distance, long-term space missions.

But just how far we can go? Maybe this is the question that both troubles and inspires astronauts and cavers alike.


Francesco Sauro