Ahimé! abisso è tutto - atto, sogno, desiderio, parola! e sui capelli che ritti mi si levano, sento a volte passare il vento della paura. Sopra sotto, dovunque, la profondità, la riva, il silenzio, lo spazio spaventoso e seducente... Sul fondo delle notti, col suo dito sapiente, Dio mi disegna un incubo multiforme e continuo.... (Charles Baudelaire)
domenica 29 luglio 2012
Luci nel buio, dalle profondità della terra allo spazio
Quali sono le analogie tra le future missioni verso nuovi mondi e l'esplorazione del continente buio, l'ultima grande frontiera esplorativa del nostro pianeta? Questa è la domanda che frulla da ormai un anno nella mia testa, e piano piano, venendo a contatto con la realtà "spaziale", comincio a darmi delle risposte.
Pensate a un viaggio verso l'ignoto, luci nel buio, che siano stelle e galassie nell'universo o luci di speleologi nel cuore di una montagna. Paura e emozione, timore e curiosità, percorsi che si schiudono ai nostri occhi. Da un lato ingegneri, tecnologie, investimenti e molto coraggio, dall'altro grandi amicizie, lavori di squadra, passione e fiducia illimitata nei propri compagni di esplorazione. Sono due realtà che avrebbero moltissimo da imparare l'una dall'altra. E questo progetto ha proprio questo scopo.
Dopo tre settimane passate a Colonia, presso l'European Astronaut Center, al corso per istruttori dell'ESA, ho deciso di prendermi una settimana di distacco e tornare ad esplorare in una grotta "di casa", i Piani Eterni.
Ed eccomi qui ora, reduce da un viaggio di 5 giorni nel cuore delle Dolomiti, un esperienza vissuta con compagni eccezionali, con cui sarei tranquillo e sereno anche se dovessimo andare sulla Luna ;)
E in effetti questa esplorazione ci ha messo nuovamente di fronte al fattore "distanza", che rimane uno degli aspetti per me più affascinanti delle esplorazioni speleologiche degli ultimi anni.
Nei Piani Eterni è ormai necessaria una progressione di 6-7 ore per arrivare al campo base della "Locanda dei Bucanieri", vari chilometri di percorso e oltre 600 metri di dislivello. Da lì ci siamo diretti verso le regioni più remote del sistema, le gallerie di Samarcanda, scoperte da Mauro e dal sottoscritto ormai due anni fa oltre un infinito laminatoio lungo mezzo chilometro sferzato da una corrente d'aria potente e invitante.
Per esplorare questo settore ci siamo fatti una punta di 18 ore dal campo base, ormai a oltre 10 km di distanza dall'ingresso della grotta. La quantità di passaggi, strettoie, pozzi e gallerie che ci dividevano dalla superficie non ci stavano più nella mia testa, mentre sbucavamo sul grande torrente che attraversa queste regioni. I nostri sguardi si incrociavano mentre discutevamo di quanto eravamo ormai lontani e perduti dentro la montagna... e mi è sembrato di leggervi un po' di sana pazzia... come se l'elastico che ci tiene legati alla nostra realtà quotidiana si fosse improvvisamente rotto e fossimo liberi di muoverci in quello spazio di gallerie e ambiente sconosciuti.
Siamo stati davvero lontano, credo una delle esplorazioni più remote realizzate in una grotta in italia. Mentre arrampicavo una cascata pensavo cosa succederebbe se avvenisse un incidente così lontano, e mi convincevo che non si può sbagliare che non ci sarebbe davvero via di scampo... troppo lontani...
Così ora mi immagino forse con più coscienza cosa può significare per un uomo mettersi in viaggio verso un altro pianeta, dove non ci sono strettoie e pozzi a dividerlo dalla realtà, ma il vuoto dell'universo e distanze inimmaginabili, la consapevolezza di non poter fare errori, l'emozione di muoversi verso nuovi mondi, ma anche l'incertezza se si riuscirà o no a tornare indietro.
Mentre questi pensieri mi assillavano mi è capitato sotto mano un video realizzato a bordo dell'Intenational Space Station, un capolavoro di aurore e stelle, e la terra che viaggia a migliaia di chilometri all'ora. Mi sono emozionato pensando che anche tanti speleologi in fondo intraprendono un viaggio simile quando si trovano in esplorazione, come luci nel buio, lontane e sperdute in un universo sconosciuto.
mercoledì 11 luglio 2012
lunedì 18 giugno 2012
Lusk Cave Trip
Il Canada è un paese decisamente "grandino" e le zone dove si aprono le grotte più famose nelle Rocky Mountains, come la Castelguard Cave, sono situate rispetto ad Ottawa alla stessa distanza di Città del Messico... Impensabile andarci a fare un giro in un solo finesettimana.
Ciononostante, nel mezzo delle sue lande granitiche dello "scudo canadese" (rocce antiche miliardi di anni), l'Ontario ha delle piccolissime aree carsiche, soprattutto legate a qualche zona di calcari e a filoni di marmi.
Ovviamente data la scarsità di grotte anche gli speleologi non sono molti. A Ottawa ci dovrebbe essere un gruppo speleo, ma in questi mesi non sono mai state organizzate riunioni e credo di aver capito che i numeri si aggirino intorno alle 4-5 persone e forse meno uscite all'anno...
Le grotte più lunghe qui intorno si trovano in Quebec, a "sole" 4-5 ore di macchina, sistemi orizzontali che comunque non superano il chilometro di sviluppo. Solo gli speleosub possono trovare qualcosa di interessante, come i sistemi di gallerie sommerse solo parzialmente esplorate che si diramano nei calcari ai lati dell'Ottawa River.
Andare in grotta qui è, di conseguenza, davvero difficile. Per molto tempo mi sono dovuto accontentare di leggere qualche libro sulle grotte delle lontane montagne rocciose, o di sentire i racconti del Prof. Derek Ford che a quelle terre selvagge ha dedicato anni a anni di esplorazioni.
Tuttavia a pochi chilometri dalla città di Ottawa esiste una zona di boschi e colline di granito, il Parco de La Gatineau, famoso per una piccola grottina, la Lusk Cave. Era nella mia mente da quando sono arrivato qui, ma non volevo andarci da solo. Così ho organizzato una gita coinvolgendo la comunità di couchsurfer locali (un club di ospitalità dove si propongono anche escursioni, avventure e molte altre attività). Peccato che ci siano poche grotte, perché l'interesse che i canadesi hanno mostrato per quest'idea è stato del tutto inaspettato. All'inizio sembrava che venti persone volessero partecipare. Poi la calca è diminuita, stroncata forse da un sabato sera troppo festaiolo, e alla fine ci siamo trovati in un gruppetto perfetto di sei persone.
L'area dove si apre la grotta è molto bella, lungo il Lake Phillippe, un bel lago selvaggio che si può attraversare anche in canoa. La Lusk Cave è lunga solo 150 metri, ma devo dire che è davvero un piccolo gioiello: i colori del marmo bianco e rosa, le morfologie di erosione, il canyon iniziale e il vivace torrente che l'attraversa da parte a parte la rendono davvero piacevole. Una grotta perfetta per portarci amici e persone che vogliono provare ad assaggiare un po' di speleologia. E oltretutto una traversata con divertente bagno finale nelle gelide acque canadesi, e come sapete io sono un appassionato di traversate...
Ovviamente me la son fatta due volte, perché una era troppo poco (la grotta si percorre in non più di mezz'ora, e con calma)
Tra pochi giorni sarò di nuovo in viaggio, di ritorno in Italia. Questa permanenza in Canada è stata certamente impegnativa per molti aspetti (tra cui le ricerche scientifiche di cui scriverò a breve su questo blog), ma ho potuto anche rilassarmi nella natura indescrivibile di questa terra, con i suo fiumi, laghi e boschi sconfinati.
Sono contento di ripartire, ma sento che prima o poi tornerò quassù, e forse anche più a est, tra le montagne rocciose.
Sono tante le distanze rimaste da colmare con nuovi sogni.
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| Lake Phillippe, lungo il sentiero per la Lusk Cave. |
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| L'ingresso a monte di Lusk Cave. |
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| Kate e i marmi bianchi nella prima parte della grotta. |
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| Il crollo dell'ingresso intermedio. |
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| La piccola cascata nella seconda parte della Lusk Cave. |
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| Freddo? Verso l'uscita inferiore. |
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| Lake Huron |
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| La fantasia delle rocce nell'Awenda Provincial Park. |
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| Lungo il Lake Huron, Awenda Provincial Park |
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| La bellezza degli alberi, Couchiching Lake |
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| Sulla barca a vela con Derek Ford. |
venerdì 25 maggio 2012
Canada
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| Fuochi d'artificio dl Daws Lake |
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| Montreal, la cattedrale di Notre Dame |
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| I veri padroni del Canada |
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| Quebec City |
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| Quebec City |
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| Paesaggi dal treno |
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| Ottawa, The Parliament |
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| Tulip Festival |
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| Tulip Festval |
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| Pink Lake, nel Parco de La Gatineu |
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| Ottawa, la capitale |
giovedì 5 aprile 2012
Peaceful Plain
Ormai ho imparato che le cose che accadono non sono mai per caso. Un paio di anni fa mi ritrovavo sotto mano un album di un poco conosciuto pianista del Montana, Philip Aaberg. Premetto che raramente ho ascoltato musica da pianoforte, la trovo spesso noiosa e un po’ troppo impostata. Il pianoforte affascina subito per il suo suono caldo e avvolgente, spesso però mi è sembrato meno versatile di altri strumenti e mi bastava poco per ritrovarmi annoiato.
Non fu così quella volta.
Aaberg è un pianista che ha vissuto molte fasi, dalla musica classica al chamber jazz, al blues, frequentando le più famose ensamble della California degli anni ’70, suonando anche per Peter Gabriel e Thom Johnston. Poi è tornato a vivere in una casetta in mezzo alle sconfinate pianure al confine tra Stati Uniti e Canada, ai piedi delle montagne rocciose, nel cuore del continente americano, nella sua città natale di Chester. Qui ha fondato una casa discografica tutta sua, la Sweetgrass Music e ha continuato con il suo progetto di comporre musica che esprima il fascino delle terre dell’ovest.
Non so che cosa mi abbia affascinato subito di quelle melodie, forse la dinamicità, la capacità di far suscitare emozioni con un salire e scendere di suoni, una musica che mi ricordava le onde del mare o, forse meglio, un paesaggio a colline, movimentato e dolce allo stesso tempo.
Adesso che mi trovo in Canada ad attraversare queste terre sconfinate, queste “High Plains”, comincio a capire come questo musicista sia riuscito a fondere la sua ispirazione con il paesaggio in un connubio che non lascia spazio a fraintendimenti. Tra campagne sterminate, le grandi fattorie con i campi ancora zebrati dalle ultime nevi dell’inverno, foreste e immensi fiumi che scendono da chissà quanto nord, ascoltare la sua musica e guardare fuori dal finestrino del treno queste terre mi sta facendo assaporare molto più profondamente questo lungo viaggio.
E mi sembra ovvio pensare che quel disco non fosse arrivato alle mie orecchie per caso. Non posso fare altro ora che consigliarvi alcuni dischi, primo fra tutti, mio preferito, “Live from Montana”, tra l’altro nominato anche per un Grammy. Un insieme di composizioni eseguite durante un concerto dall’impatto decisamente notevole. Il pezzo Marias River Breakdown ad esempio riesce a evocare in modo spettacolare la piena di un fiume, che spezza tutte le barriere e si riversa nelle grandi pianure, come altri pezzi evocano i paesaggi e le lande sterminate del Montana (High Plains, Montana Half-light…).
Molto bello anche il disco “Cinema” che ripropone molte musiche da film, ma anche l’album Out of Frame, dove al pianoforte di Aaberg si affiancano altri musicisti. Ovviamente io adoro i pezzi dove chitarra e pianoforti si alternano, come Before Barbed Wire.
L’ultimo disco prodotto dal compositore, Tuli Wamu, che ho avuto il piacere di ascoltare per la prima volta oggi, è un’opera davvero notevole composta in duo con il musicista africano multistrumentista Kinobe. Davvero notevole, con pezzi fluenti ma insieme con una ritmica travolgente, come l’impronunciabile Jang Owulir Enyanja, o Peaceful Plain, che mi ricorda molto le chitarre e i banjo di Eddie Vedder nella colonna di Into the Wild, ma con l’accompagnamento di un pianoforte spettacolare.
Ed è con questa musica che vi lascio.
martedì 14 febbraio 2012
Un mese e mezzo nel mondo perduto
domenica 29 gennaio 2012
Tepui, frammenti di altri mondi
Sembra incredibile sia passato solo un mese dal nostro arrivo in Venezuela. Eppure in questi 30 giorni sono successe una quantità di cose che fatico a ricordarle tutte in una sequenza sensata. Belle emozioni, luoghi meravigliosi, persone, amici, ma anche tante difficoltà non previste, tragedie e decisioni difficili.
Non sto qui a raccontare, è ancora tutto molto fresco, ci vorranno ancora delle settimane per metabolizzare. Certo è che si sta delineando una storia complessa e inaspettata. Molto da narrare quando tutto ciò sarà passato.
Mi aspettano ancora 20 giorni in queste terre, al cospetto dei giganteschi Tepui. Studiando ed esplorando le loro grotte, dal Roraima, all'Akopan e speriamo infine all'Auyan Tepui.
Proprio oggi, insieme ad un amico venezuelano abbiamo esplorato una bella grotta nella Gran Sabana, in una formazione rocciosa ancora più antica di quella che costituisce le grandi montagne circostanti.
Tante domande e una vastità sconosciuta intorno. Viaggi nel tempo, coi piedi per terra.
Dove sarà il confine del mondo?
Cesco
Santa Elena de Uayren, 29 gennaio 2012





















